Quale modello d’integrazione?

Testo dell’intervento del Dott. Luigi Sartore (Medico Chirurgo, Specialista in Psichiatria, già Direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Alessandria) alla conferenza sul “Perchè l’Immigrazione Africana in Italia” allo Star Hotel President (Corte Lambruschini) di Genova, il 23 Ottobre 2010.

Per meglio definire il tema che mi è stato affidato ritengo sia indispensabile cercare di riflettere, insieme a voi, su quale significato attribuire alla complessità del termine cultura.

 Proverei pertanto a definirlo come viene codificato, ad esempio:

-in ambito linguistico (Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli: “Complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, tipi di

comportamento, trasmessi e usati sistematicamente, caratteristico di un dato gruppo sociale, o di un popolo o di un gruppo di popoli, o dell’intera umanità”;

 -in ambito antropologico: 1) Edward Taylor- 1871: “La cultura o civiltà intesa in senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze , le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine che l’uomo acquisisce come membro di una società”. La cultura è intesa dunque come un insieme complesso di idee e attività appreso e trasmesso di generazione in generazione. Mary Ellen Goodman1967- “The Individual and culture”: “La cultura è ciò che fornisce una voce agli esseri umani, ma non li determina”. Essa non coincide con una società, con un gruppo etnico o con un gruppo di minoranza. Cultura è ciò che ciascuno impara e mette in atto: modi di fare, abitudini, credenze, comportamenti, aspettative e significati.

In un senso più ampio possiamo dunque parlare di cultura come “Il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Esso concerne sia l’individuo sia le collettività di cui egli fa parte.

Mi limiterei solo a queste tre tipi di definizione, escludendone altri di tipo sociologico, politico, etnopsichiatrico, etc., altrettanto importanti.

D’altronde non vi è dubbio sul fatto che i termini cultura, multicultura ed intercultura, sono spesso fonte di confusione in specie in questa fase storica, in cui, anche in Italia (come in altri paesi più ricchi e pacificati), si fa sempre più pressante il tema delle migrazioni di popolazioni (causa guerre, fame e conseguente ricerca di nuove opportunità sul piano esistenziale).

Vorrei proporvi, a tal proposito, alcune riflessioni su alcuni dati statistici riguardanti proprio la presenza di popolazioni/etnie (portatrici di specifiche culture, come, erroneamente è, nel pensare comune) presenti attualmente sul territorio italiano secondo il recentissimo “Dossier Statistico 2009 sull’Immigrazione” della Caritas/Migrantes.

Una prima riflessione è la seguente: per circa quattro milioni di stranieri che risultano, come vedremo, residenti in questo paese, altrettanti italiani risiedono stabilmente all’estero (2.184.000 in Europa, 1.520.000 in America, 126.413 in Oceania, 51.232 in Africa, 32.936 in Asia). Cosa significa questo dato? Una prima risposta può essere questa: l’Italia, da paese di grande emigrazione è diventato, attualmente, un luogo di immigrazione-emigrazione.

Una seconda riflessione può essere quella sulla composizione della popolazione generale residente in Italia alla fine del 2008. Essa è così rappresentata: 60.045.068, di cui 3.891.295 stranieri (ovvero il 6.5%). Come può essere interpretato questo dato? Gli stranieri sono molti o pochi? Forse ci può soccorrere il tenere come riferimento ciò che accade in altri paesi europei: ad es, in soli tre paesi (quelli di più lunga tradizione immigratoria), ovvero la Francia, la Germania e l’Inghilterra è concentrato il 49% della popolazione straniera residente in tutta l’Unione Europea.

Una terza riflessione può essere fatta sulla rappresentatività delle rispettive collettività straniere in Italia. Le prime 5 collettività sono rappresentate da: 796.477 rumeni; 441.396 albanesi; 403.592 marocchini; 170.265 cinesi; 153.998 ucraini. Quale una prima considerazione? A fronte di questi numeri é interessante sottolineare il fatto, ad es., che, nonostante il termine di “extracomunitario” indichi indistintamente la generalità degli stranieri, in realtà, i cittadini del cosiddetto Vecchio Continente rappresentano il 54% di

tutti quelli che risiedono in Italia. Il resto è rappresentato da un 22/% di africani (889.435, ovvero l’1,5% della popolazione italiana): marocchini (la metà del numero generale), nigeriani, egiziani, tunisini, somali, ghanesi e senegalesi. Il 16% è rappresentato dagli asiatici (cinesi, indiani, bangladesh, filippini, pakistani, etc.). Il maggior numero (il 4,4%) è rappresentato dai cinesi che sono la quarta comunità straniera in Italia ma certamente la più giovane: l’età media delle donne è di 29 anni, quella dei maschi di 31 anni.

L’ 8% è rappresentato dal Continente sudamericano (Perù, Brasile, Equador).

Lo 0,1% da persone provenienti dall’Oceania.

Una quarta riflessione interessante é quella relativa alla loro distribuzione sul territorio italiano: oltre l’87% risiede tra il Nord (62%) ed il Centro Italia, il 9,1% nel Sud, il 3,7% nelle Isole. E’ un problema solo di aree più o meno con maggiori risorse economiche o qualcos’altro, ad esempio l’abitabilità?

Un’ultima riflessione: l’appartenenza religiosa degli oltre tre milioni di immigrati in Italia: il 52% (2.011.000) sono cristiani (ortodossi, cattolici, protestanti, altri cristiani); il 34% (1.292.000 ) sono mussulmani; il restante 14% circa è rappresentato da altre religioni e da non credenti. Perché alcune religioni fanno più paura di altri?

Potrei continuare a fornirvi altri elementi di riflessioni su altri dati interessanti rispetto, ad esempio, alla scolarizzazione degli immigrati ed alle iscrizioni ai vari gradi di istruzione nelle scuole italiane, alla distribuzione territoriale delle specifiche popolazioni straniere, alle acquisizioni della cittadinanza italiana, al fenomeno dei matrimoni misti, al fenomeno ormai prossimo delle seconde generazioni, alla realtà del mondo del lavoro, etc.

A prescindere comunque da tutto ciò la questione principale resta questa: come favorire un percorso di reale confronto e serena convivenza fra la popolazione italiana e tra tutte queste popolazioni (africani inclusi) “vettori” di culture così diverse?

Per rispondere a questo quesito, vorrei partire, innanzitutto, da una breve premessa.

Quando l’Italia iniziò il suo percorso di unificazione nazionale, emergeva da una complicata geografia di Stati con tradizioni e culture diverse, radicate ciascuna in specifiche vicende secolari; espressioni di una successione di civiltà che avevano attraversato la penisola e che si esprimevano ovviamente in identità locali molto forti. L’Unità d’Italia dovette fare i conti con questa lunga storia. Nell’Ottocento lo Stato Italiano, come d’altro canto molti stati europei, scelse di costruire un’immagine nazionale unificante, che mirava ad attutire e ad eliminare le differenze. Ci furono lotte fra territori, sofferenze in cui, spesso, le manifestazioni locali di cultura non trovarono spazio ed espressione nel mito nazionale che si andava costruendo. Ciò nonostante in questi 150 anni queste culture si sono espresse e hanno dialogato, dando all’identità italiana la complessità che ne costituisce una specifica ricchezza e caratteristica: d’altronde, in quale altro paese europeo si possono trovare i segni di tante civiltà, di tante storie, tenute insieme da un sentimento di appartenenza a una cultura condivisa? L’Italia è diventata oggi un variegato luogo di incontro tra identità differenti sorto dal confronto tra genti di città e di campagna, tra nord e sud, dalle migrazioni interne ricorrenti, dal sorgere e riassorbirsi di conflitti sociali che ha saputo avvalersi di nuovi fermenti culturali senza rinunciare alle tradizioni dei luoghi. Una realtà che è stata in grado, però, di consentire lo sviluppo di una cultura europea moderna.

Viene, a questo punto, ovvio porre a me e a voi una serie domande:

  • l’italiano di oggi é (e sarà) in grado di utilizzare quella memoria?

è (e sarà) consapevole del fatto che la storia é costruttrice di identità, individuale e collettiva e permette di attivare e oggettivare l’incontro tra punti di vista differenti, tra individuo e comunità, tra conoscenze e culture differenti?

– è (e sarà) in grado di comprendere come il proprio “spazio” deve essere vissuto non come un organismo statico, ma dinamico; un laboratorio in cui si deve sviluppare un costante contatto e confronto, dove le identità plurime possono essere, al contempo, fonte di sicurezza e orgoglio al loro interno, e fonte di incertezza nel loro reciproco incontro?

– è (e sarà) in grado di comprendere che tutti coloro che vivono in uno spazio vitale, vogliono essere considerati cittadini dalle istituzioni locali e nazionali e dunque detentori di diritti/doveri, seppur contemporaneamente portatori di gesti, comportamenti, riti, doveri derivati da tradizioni familiari o di gruppo, che hanno radici nella storia della propria terra di origine?; e ciò anche se, talvolta, i nuovi diritti/doveri possono essere in contrasto con le usanze d’origine?

– è (e sarà) consapevole della esigenza di superare l’aspetto apocalittico (quasi da scontro di civiltà in certi casi) riferito alle differenze di abitudini, di usi, di lingua e dare a loro, invece, un significato “nuovo” che, seppur complesso, potrà risultare alla fine positivo ed utile a tutti?

-è (e sarà) in grado di comprendere come il movimento “migratorio” delle genti di quasi tutto il mondo può materializzarsi, nella società italiana, nella costruzione di un’identità comune e come il senso che la parola cittadinanza oggi ricopre si caratterizza proprio come interstizio sociale che porta il soggetto al confronto con l’altro? E che “l’ alterità” non rappresenta l’essenza che connota certe popolazioni che le distingue da altre ma è semplicemente una nozione relativa e congiunturale?

è (e sarà) in grado di superare la dimensione della stessa multiculturalità ed approdare a quella dell’interculturalità?

Su quest’ultimo punto vorrei, ovviamente, soffermami.

Secondo i più autorevoli sociologi (vedi, ad esempio, Carlos Gimenez dell’Università Autonoma di Madrid), per multiculturalità si deve intendere una fase precedente e propedeutica allo strutturarsi dell’interculturalità all’interno di un processo che va verso il pluralismo culturale. Multiculturale è infatti quella comunità (scolastica, sociale, nazionale) in cui sono presenti più popoli o etnie che, tuttavia, restano separati nel proprio “spazio” fisico e culturale e che raramente entrano in contatto. Quale il rischio? Che le società multiculturali sottendono, solitamente, il forte etnocentrismo del gruppo dominante che, propugnando l’omologazione al proprio modello, cerca di assimilare le differenze, sino a cancellare o rendere invisibile ogni manifestazione dell’alterità (in questo caso il contatto tra le varie etnie rischia di portare al conflitto anziché al dialogo).

L’Interculturalità definisce invece un contesto relazionale in cui i vari gruppi linguistici e culturali stabiliscono fra di loro un costante rapporto dialettico di arricchimento reciproco fondato sul mutuo rispetto e sull’interesse per ciò che L’ALTRO rappresenta o può rappresentare. In una società interculturale, il gruppo dominante è il gruppo che individua e promuove strategie di incontro fra le tutte culture al fine di valorizzare le differenze presenti nel suo interno.

In sostanza la differenza tra questi due stadi (pur basandosi entrambi su principi di uguaglianza e differenza) è che nel primo vi è un esclusivo riconoscimento della diversità culturale attraverso la focalizzazione ossessiva

delle differenze che porta, alla fine, ad una loro accentuazione; nella seconda compaiono le relazioni interetniche che rimandano non solo ad un avvenuto reciproco riconoscimento, ma anche alla convivenza nella diversità ed al principio della interazione positiva.

A livello pragmatico, quest’ultimo modello permette di non incorrere, da una parte, nel fenomeno dell’esclusione culturale (discriminazione, segregazione, eliminazione, etc.), dall’altra in quello dell’inclusione per assimilazione culturale, che si allontana, di gran lunga, dall’integrazione della diversità culturale come positiva.

Chi deve promuovere in una società multietnica questo modello culturale di reale integrazione degli africani in Italia?

Gli Stati attraverso le proprie istituzioni (regioni, provincie, comuni, scuole, etc.), la famiglia .. qualcun’altro?

Per quanto sopra enunciato la risposta è solo una: Ognuno di noi, africani e italiani.

Grazie dell’ascolto.