Cooperazione tra il Nord ed il Sud: esperienza dei 50 anni dall’indipendenza dei Paesi Africani

Introduzione:

Ponte significa, nel senso metaforico, una relazione, modo di comunicare, stretta di mano, solidarietà, scambio delle idee o scambio culturali tra popoli.

si diceva un grande scrittore Francese, Antoine de saint exupery: se vuoi disperdere gli uomini, basta buttarli dei nocciolini, vedrai che ciascuno andrà per la propria strada a raccoglierli, ma se invece vuoi unirli, chiederli di costruire un ponte, questo il tema che cercherò di sviluppare, in questo colloquio tra l’Africa e la città di Genova, in particolare il ricco mondo occidentale.

È quale ponte vogliamo costruire per la nostra gente? Un ponte di solidarietà!, un ponte sociale! Un ponte sanitario, un ponte per le infrastrutture, un ponte per la formazione, e per finire, un ponte la sufficienza alimentare.

È perché tutto questo, prima di dare la risposta o la spiegazioni a questi elementi, dobbiamo risalire agli origine di questa situa situazione; che sarebbe senza dubbio dei fallimenti degli stati africani post coloniali.

I fallimenti degli stati africani post coloniali.

Noi dobbiamo partire da un dato molto significativo, quello del post coloniale, che ha segnato la fine della colonizzazione, e che ha aperto quello delle sotto sviluppo del continente africano.

La colonizzazione non è stato del tutto negativo in parte.

L’economia coloniale, benché era inviato all’esportazione delle materie prime come nel caso del Congo e dello Zambia, per il ramo, il Ghana e la costa d’avorio; il caffè e il cacao, però non aveva trascurato la coltivazione locale, necessaria per la sufficienza alimentare delle popolazioni.

Purtroppo, il colonialismo ha determinato le strutture economiche e politiche dei paesi produttori delle materie prime.

La rapidità del passaggio dall’indipendenza già creo una scarsità di personale tecnicamente e culturalmente preparato a ricoprire i numerosi ruoli che il trasferimento dei poteri richiedeva la mancanza d’esperienza non riguardava solo le strutture amministrative, ma anche gli aspetti politici di tipo democratico, quelli che gli europei misero a piedi malgrado la colonizzazione, le potenze coloniali non misero di esercitare la loro influenze sui nuovi stati.

Gli stati africani post coloniali hanno creato soltanto la crisi funzionale, cioè la disfunzione dello stato, e per finire il crollo dello stato.

Cosa vuole dire il crollo dello stato? In poche parole, semplicemente questo: le strutture, le autorità, le leggi, l’ordine pubblico, l’ordine politico, sono completamente svaniti, quello oggi si sta verificando nel nord Africa.

Cooperazione tra l’Africa e l’Occidente

Quale strategia?

Se proprio vogliamo parlare della cooperazione, l’Africa ne ha visto tante sotto i suoi occhi, se partiamo dall’ordine cronologico possiamo vedere questa situazione

1) C.E.E: Dal trattato di Roma 1957, uscito dopo la II° guerra mondiale
2) Convenzione di Lomé: Firmato a Lomé 1975 dai paesi africani, Caraibi e pacifici: Scopo: Combattere la povertà, la miseria, Promuovere le esportazioni delle materie prime (agricole minerarie).
3) Varie Cooperazione bilaterali dei paesi europei e paesi africani.

Per realizzare i progetti, di carattere economico, industriale, commerciali, dello sviluppo sociale, dobbiamo anzitutto dotarci di un apparato amministrativo efficiente, con dei personali qualificati, delle istituzioni validi e efficaci, l’ordine pubblico, e politico senza questi elementi, noi siamo chiamati a fallire come sempre. Prendiamo qualche esempio dalla storia, prima della II° guerra mondiale, le nazioni europei possedevano già delle istituzioni fondamentali, amministrative statali, Con quale esperienza aziendali ben gestite, efficienti istituzioni legali e sociali, dopo la guerra, ci è bastato soltanto mettere una nuova iniezione di denaro per mettere di nuovo a moto loro economia, e riparare il loro disaggio sociale, questo dal famoso piano MARSCHOLL. (1947- 1948) Per quanto riguarda l’Africa, nonostante le eredità delle infrastrutture coloniali, bastava soltanto seguire o completare le strutture dove la politica coloniale si è fermata, purtroppo, l’Africa si è limitata a chiedere più del semplice denaro. Un afflusso di miliardi di $, aiuti interminabile,senza controllo, senza regole, avrebbe contributo a costruire le istituzioni, le infrastrutture, e il bene essere del popolo africano, ma purtroppo questo è avvenuto a mancare. Tra 1948-1952, gli stati uniti hanno erogato 13milliardi per facilitare la ricostruzione postbellico dell’Europa. Dai 50 anni dall’indipendenza dei paesi africani, l’Africa ha ricevuto 4 volte di più di quello che ha ricevuto l’Europa del piano Marschaoll. La differenza tra l’Europa post bellico e l’Africa post coloniale e che l’Europa ha avuto gli aiuti in modo determinato per 4 anni. Benché l’idea di inviare gli aiuti in Africa basandosi del piano Marschal, come pensano moti esponenti politici europei, come modello per ottenere i risultati già sbagliato, perché i governi africani continuano a considerare gli aiuti come entrate permanente affidabile e consistente.

Dopo questa riflessione e questa analisi, se vogliamo davvero gettare il ponte tra l’Africa e l’occidente, dobbiamo rivedere o cambiare nella forma, o nella sostanza, il nostro intendere della cooperazione.

Dobbiamo stabilire entrambi le parte, una cooperazione giusta, rispettabile ed equilibrata.

In questo contesto, l’Africa deve imparare dall’esperienza dell’occidente, oppure deve rubarlo un po’ della sua scienza e della sua tecnologia per lo sviluppo dei nostri paesi nei vari settori: Trasporto, costruzione, metalmeccanica, chimica, farmaceutico, agricoltura, sanità, formazione, comunicazione, pubblicità e TV.

Col mio modesto avviso, sarebbe meglio, che i paesi ricchi, gli asti finanzieri internazionali, gli istituti finanzieri caritatevoli, Banca mondiali, F.M.I, cambiassero davvero le loro modalità degli aiuti finanzieri verso l’Africa visto che in questi ultimi 50 anni, ci troviamo non nello stesso punto di partenza, ma al di sotto di partenza.

Dobbiamo fare in modo che gli aiuti veramente raggiunsero gli obbiettivi prefissati, e che i soldi non finiscano più nelle tasche dei dirigenti corrotti.

Sarebbe il caso, secondo me che si cominciasse ad interessare i privati a realizzare certi progetti con meccanismo di controllo tutto da studiare e da stabilire.

Guardate sorelle e fratelli africani; gli ONG svolgono un ruolo molto importante per i nostri paesi, è un bene necessario malgrado noi; perché loro sono presenti dove i nostri governi sono assenti con loro microprogetti.

Questi ONG diventano sempre più come i migliori interlocutori del sud del mondo.

Perché loro lavorano per la promozione umana,per la solidarietà internazionale, per lo sviluppo umano, ma tutto questo per quanto tempo dovrà ancora durare?

Inoltre non dobbiamo dimenticare i contributi degli emigrati, che ogni anno con le loro rimesse inviano in Africa circa 20 miliardi di $, questi soldi sono proprio un ossigeno per le famiglie africane, per pagare gli studi dei ragazzi, per pagare le cure mediche, inviare piccole attività per mantenere le famiglie.

L’Africa è un continente di circa 57 stati, e che detiene più ¾ delle materie prime, ma purtroppo è il continente che detiene ancora il triste record della povertà e della miseria assurda.

L’Africa se vuole sollevarsi deve investire nella formazione, perché che dice formazione dice lo sviluppo.

Creare mercato interno,
incoraggiare le nascite delle imprese locali con i mezzi dei crediti bancari, in modo di creare il mercato di lavoro.
Conclusione:

I paesi africani, in cui la maggiore parte delle loro economie dipende delle esportazioni sia dei prodotti agricoli o sia i minerari,devono tenere in considerazione le priorità per quanto riguarda la sicurezza alimentare.

Il primo passo e favorire l’autosufficienza alimentare invece delle colture da esportazioni.

La sicurezza alimentare sostenibile dipende della maggiore produttività della produzione alimentare locale.

Per fronteggiare questo problema, ci vogliono le politiche che facilitano tale processo.

I paesi africani devono essere gli attori, e fare sentire le loro voci nel linguaggio dell’organismo mondiale del commercio, ed essere trattati da pari con gli altri membri.
Grazie dell’ascolto,

Dottor Jacques Botembe